Il nuovo ciclo di incontri FIC – Cineforum!
Nessun altro Paese più degli Stati Uniti ha trovato nel cinema un mezzo di costruzione della propria mitologia, di racconto della prima società, di rappresentazione della propria identità. E, quasi inevitabilmente, nessun altro Paese più degli Stati Uniti ha contribuito a inventare e reinventare, definire e ridefinire il cinema – in quanto industria, tecnologia, forma di racconto, esperienza spettatoriale –, aggiornando continuamente la sua contemporaneità e vitalità.
Il pacchetto corsi, strutturato in cinque incontri da 2 ore ciascuno (più un extra, a discrezione dell’ente proponente), intende attraversare la storia del cinema statunitense, dalle origini, tra New York e Hollywood, ai giorni nostri, alle prese con la svolta algoritmica, privilegiando proprio il dialogo tra film e società, storia e rappresentazione, realtà e finzione. Gli Stati uniti, in fondo, sono anche una straordinaria, complessa, contraddittoria invenzione visiva, come il nostro presente testimonia benissimo.
I moduli:
- Hollywoodland: alle origini del mito (a cura di Pier Maria Bocchi)
- Stelle (e strisce): il grande cinema classico (a cura di Federico Pedroni)
- New Hollywood: il cinema cambia faccia (a cura di Emanuela Martini)
- Un po’ moderni, un po’ post (a cura di Luca Malavasi)
- America Today (a cura di Ilaria Feole)
- EXTRA: All’ombra delle Torri Gemelle (a cura di Pier Maria Bocchi)

a cura di Pier Maria Bocchi
Sono gli aneddoti, le chiacchiere e i pettegolezzi che caratterizzano e marchiano a fuoco la nascita e i primi lustri di Hollywood. Ma la Storia del Cinema (non soltanto Americano) non sarebbe la stessa senza le invenzioni, la genialità e il mercato della cosiddetta Babilonia hollywoodiana, un luogo e un tempo dove la febbre del cinema possiede le medesime “qualità”, fra ambizione e frenesia, della febbre dell’oro. Qui hanno origine le leggende e ha origine, soprattutto, il mito, così come l’abbiamo sempre conosciuto e come lo conosciamo ancora oggi, in una terra di profonde e velocissime trasformazioni, di progettualità senza limiti e di espansionismo incontrollabile. E mentre anche Los Angeles stessa corre verso il futuro, i film e i registi si susseguono senza soluzione di continuità, in una tensione verso la modernità che dal muto conduce al sonoro. Da Charlie Chaplin e David W. Griffith a Il cantante di jazz (1927): il cinema cresce, cambia, diventa grande!
Pier Maria Bocchi è studioso e critico cinematografico. Collabora con “Film Tv” ed è redattore di “Cineforum”. Ha scritto per “Nocturno”, “Blow Up”, “Panoramiche”, “Brancaleone”, “Rifrazioni”, “Segnocinema”, “Marla”, “Total Film”, per la “Storia del Cinema Italiano” della Scuola Nazionale di Cinema e per numerosi testi collettanei. Tra le sue pubblicazioni: Michael Mann (Il Castoro), Mauro Bolognini (con Alberto Pezzotta, Il Castoro), Mondo Queer. Cinema e militanza gay (Lindau), Guy Maddin (Bergamo Film Meeting), Agustí Villaronga (Bergamo Film Meeting), Jim Jarmusch. American Samurai (Centro Espressioni Cinematografiche / Cinemazero), Claire Denis (con Luca Malavasi, Bergamo Film Meeting), Musical! Sex! La rappresentazione dei sessi nel Musical hollywoodiano (Tuttle), Woody Allen. Quarant’anni di cinema (Le Mani), Invasion Usa. Idee e ideologie del cinema americano anni ’80 (Bietti Heterotopia), Brivido caldo. Una storia contemporanea del neo-noir (Rubbettino) e Michael Mann. Creatore di immagini (minimum fax), So cosa hai fatto. Scenari, pratiche e sentimenti dell’horror moderno (Lindau). È stato per anni collaboratore del dizionario dei film Il Mereghetti. Ha curato le interviste e le ricerche per il documentario Made in Hong Kong. Dal 2007 al 2019 ha fatto parte del comitato di selezione del Torino Film Festival. Dal 2020 al 2021 è stato curatore della sezione Le stanze di Rol del Torino Film Festival. Insegna Scrittura critica per i media contemporanei all’Università di Pavia.

a cura di Federico Pedroni
Dopo la prima grande rivoluzione del cinema, l’avvento del sonoro, Hollywood inizia una nuova fase e definisce quello che sarà il “canone” di riferimento per i manuali di storia. L’affermazione dei grandi studios, la definizione dello star system, la nascita di una nuova generazione di autori americani a cui si aggiungono quasi tutti i maggiori registi europei, in fuga dall’Europa in fiamme, che infondono nei nuovi modelli di narrazione alcune reminiscenze delle avanguardie da cui provenivano. Hollywood è “la fabbrica dei sogni”, una sorta di paese delle meraviglie (o dei balocchi) in cui gli attori diventano leggenda e i film sono capaci di costruire un immaginario (ottimo anche per l’esportazione) che attraversa la grande depressione e il New Deal, la Seconda Guerra Mondiale e la nuova America del dopoguerra. Il cinema americano tra gli anni ‘30 e gli ‘50 è l’espressione di un’arte al massimo fulgore e di una potenza di fuoco industriale che non ha paragoni nel mondo culturale. Gli anni ‘60 porteranno i germi della novità, ammalando quel “corpo perfetto” e allo stesso tempo permettendogli una resurrezione al passo con i tempi che stanno cambiando.
Federico Pedroni lavora a Rai Cinema e dal 2007 al 2019 è stato selezionatore per il Torino Film Festival. Dal 2022 al 2024 è membro della Commissione di selezione della Settimana Internazionale della Critica di Venezia. Dal 2023 è co-delegato artistico del Festival du Film Italien de Villerupt. Scrive su “Cineforum” e Duels.it e ha collaborato con numerosi altri siti e riviste. Per Feltrinelli ha curato le antologie critiche dedicate a Mike Leigh e Aki Kaurismäki; ha tradotto Paul Newman. Una vita (Dalai, 2010) e ha curato, con Emiliano Morreale, l’edizione italiana di The Story of Film (2020) di Mark Cousins per Bim Distribuzione. Per la collana “Pagine di MoliseCinema” ha curato i volumi Alba Rohrwacher. L’acrobata del cinema italiano (2019), Jasmine Trinca. Uno sguardo altro (2021) e Valerio Mastandrea. Per caso ma non per sbaglio (2024). Ha pubblicato saggi e interventi su diverse pubblicazioni scrivendo di storia e critica del cinema italiano e internazionale.

a cura di Emanuela Martini
Vagano, si rincorrono, fuggono, si fermano, ma poi, quasi sempre ripartono; attraversano gli States, da una costa all’altra (in entrambe le direzioni) oppure in verticale, verso San Francisco o New Orleans o altrove, in moto, in auto, in autostop; oppure restano desolantemente ancorati al posto, la città, il villaggio, il quartiere nel quale vivono: sono gli antieroi (uomini soprattutto, ma anche donne) che il cinema americano scopre e rivela alla fine degli anni 60: i ribelli, gli insoddisfatti, quelli delusi da un Sogno che è miseramente crollato. Cambiano le facce, i corpi, si affermano le fisionomie inquiete di Jack Nicholson, Robert De Niro, Faye Dunaway, Al Pacino, Goldie Hawn, gene Hackman. Cambia il linguaggio del cinema, le musiche e i paesaggi esplodono, le città sono trappole infernali, la politica un inganno clamoroso, come la Storia e le storie che ci hanno raccontato. Crescono qui i grandi: Scorsese, Coppola, Altman, Spielberg, Cimino, Pollack, e gettano le basi del cinema successivo. Un nuovo cinema porta a una Nuova Hollywood, da Easy Rider allo Squalo, e oltre.
Emanuela Martini, romagnola, nata a Forlì, laureata in Scienze Politiche, appassionata di cinema fin dall’infanzia, cresciuta tra i generi più disparati (dai mélo di Sirk a Jerry Lewis, dai musical alla fantascienza) e tra le più eccentriche proiezioni dei cineclub (Bergman, Neorealismo, Stroheim, Busby Berkeley e Hammer horror). Critico cinematografico, nel comitato di redazione di “Cineforum” dalla fine degli anni ’70, direttore di “FilmTv” dal 1996 al 2007, a lungo collaboratore del Domenicale del “Sole 24 Ore”, co-direttore di Bergamo Film Meeting dal 1987 al 2007, è stata membro della commissione di selezione della Settimana della Critica della Mostra del Cinema di Venezia e poi selezionatore di altre sezioni della Mostra, e dal 2007 al 2019 vicedirettore e poi direttore del Torino Film Festival. Da dicembre 2020 è direttore responsabile di Cineforum Rivista. Esperta di cinema anglo-americano, ha scritto: Storia del cinema inglese, Il lungo addio. L’America di Robert Altman, il Castoro su Powell e Pressburger e su Gianni Amelio, Shakespeare e il cinema e numerose altre monografie su generi e autori. Vive a Milano, prevalentemente con compagni felini.

a cura di Luca Malavasi
Tra i fenomeni più influenti e insieme complessi della produzione culturale degli anni Ottanta e Novanta, il Postmodernismo ha offerto negli Stati Uniti la sua versione più smagliante. E questo anche grazie al cinema, dove nuovi autori come Brian De Palma, Woody Allen e David Lynch, Quentin Tarantino, Paul Thomas Anderson e i fratelli Coen fanno del postmodernismo lo stile più influente e originale dell’epoca: un nuovo modo di fare cinema ma, soprattutto, di pensare il cinema in rapporto a una nuova società delle immagini e a un mutato contesto storico, sociale e culturale, in cui il rapporto tra realtà, media, tecnologie e rappresentazioni comincia a cambiare profondamente, anticipando molti dei fenomeni attuali.
Luca Malavasi è professore associato presso l’Università di Genova, dove insegna Storia e analisi del film ed Elementi di cultura visuale. Si occupa prevalentemente di storia e teoria del cinema e dei media e di cultura visuale. Scrive per “Cineforum” e “Film Tv”. Tra i suoi libri: Realismo e tecnologia. Caratteri del cinema contemporaneo (Kaplan, 2013), Il cinema. Percorsi storici e questioni teoriche (con Giulia Carluccio e Federica Villa, Carocci, 2015; nuova edizione 2022), Postmoderno e cinema. Nuove prospettive d’analisi (Carocci, 2017), Il linguaggio del cinema (Pearson, 2019), Dalla parte delle immagini. Temi di cultura visuale (con B. Grespi, McGraw-Hill, 2022), Pianeta Varda (a cura di, con A. Masecchia, ETS, 2022), Il cinema contemporaneo. Caratteristiche, identità culturale, esperienza (UTET Università, 2024), Christopher Nolan (Marsilio, 2024).

a cura di Ilaria Feole
Come è cambiato il cinema americano con lo scoccare del terzo millennio? E in che direzione si sta muovendo, ora che un quarto di secolo è trascorso? Facciamo il punto su nomi e tendenze del panorama a stelle e strisce contemporaneo: dalle famiglie disfunzionali di Wes Anderson ai padri e mentori fallibili di Paul Thomas Anderson; dal cinema adrenalinico e politico di Kathryn Bigelow a quello queer e mélo di Todd Haynes; dal visionario Darren Aronofsky alle sperimentazioni di Steven Soderbergh. Un percorso attraverso i generi, anche: dall’horror satirico di Jordan Peele a quello grottesco di Ari Aster, dagli anti-western di Kelly Reichardt al musical riletto da Damien Chazelle, passando per l’evoluzione del cinema indipendente che si fa mainstream con Richard Linklater, Noah Baumbach, i Safdie e Sean Baker. E ancora: le voci dai margini nel cinema di Barry Jenkins e Chloé Zhao; le animazioni della Pixar e il cinema al femminile, da Sofia Coppola e Greta Gerwig fino allo shock culturale del #MeToo e alla sua influenza sulla Settima Arte.
Ilaria Feole è nata a Milano nel 1983. Scrive di cinema e serie tv per il settimanale “Film Tv” ed è docente alla Civica scuola di cinema Luchino Visconti di Milano e alla Scuola Holden di Torino. È autrice delle monografie: Wes Anderson. Genitori, figli e altri animali (Bietti, 2014), C’era una volta in America di Sergio Leone (Gremese, 2018), Architetture del desiderio. Il cinema di Céline Sciamma (Asterisco, 2021) ed è tra gli autori di Tutto Fellini (Gremese, 2019). Con Alice Cucchetti è autrice della newsletter singolarefemminile.substack.

a cura di Pier Maria Bocchi
La tragedia dell’11 settembre 2001 è, come noto, un giro di boa della Storia. Ma lo è anche per la storia del cinema (americano ma non solo) e delle immagini. Tutti vediamo (in televisione). E tutti ne subiamo i contraccolpi. La produzione cinematografica e il nostro sguardo sulla realtà non saranno più gli stessi. L’America perde definitivamente l’innocenza (già perduta negli anni ’70 e riconquistata negli anni ’80). E il cinema, che le cose del mondo elabora e rispecchia, non può che farne tesoro. Nasce il cosiddetto immaginario del post-9/11, dove domina la paura e il catastrofismo, già peraltro acuiti dal recentissimo ingresso nel nuovo secolo. Hollywood frena e cambia contemporaneamente: molte produzioni si interrompono perché “scomode” e molte altre ricevono la green light proprio in ragione di una diversa percezione del mondo (e dell’altro-da-sé). Da certi action con Arnold Schwarzenegger al cinema di Richard Kelly, il cinema statunitense assorbe e metabolizza un dramma epocale a modo suo. Creando un genere, attorno al quale la critica insisterà (fin troppo).
Pier Maria Bocchi è studioso e critico cinematografico. Collabora con “Film Tv” ed è redattore di “Cineforum”. Ha scritto per “Nocturno”, “Blow Up”, “Panoramiche”, “Brancaleone”, “Rifrazioni”, “Segnocinema”, “Marla”, “Total Film”, per la “Storia del Cinema Italiano” della Scuola Nazionale di Cinema e per numerosi testi collettanei. Tra le sue pubblicazioni: Michael Mann (Il Castoro), Mauro Bolognini (con Alberto Pezzotta, Il Castoro), Mondo Queer. Cinema e militanza gay (Lindau), Guy Maddin (Bergamo Film Meeting), Agustí Villaronga (Bergamo Film Meeting), Jim Jarmusch. American Samurai (Centro Espressioni Cinematografiche / Cinemazero), Claire Denis (con Luca Malavasi, Bergamo Film Meeting), Musical! Sex! La rappresentazione dei sessi nel Musical hollywoodiano (Tuttle), Woody Allen. Quarant’anni di cinema (Le Mani), Invasion Usa. Idee e ideologie del cinema americano anni ’80 (Bietti Heterotopia), Brivido caldo. Una storia contemporanea del neo-noir (Rubbettino) e Michael Mann. Creatore di immagini (minimum fax), So cosa hai fatto. Scenari, pratiche e sentimenti dell’horror moderno (Lindau). È stato per anni collaboratore del dizionario dei film Il Mereghetti. Ha curato le interviste e le ricerche per il documentario Made in Hong Kong. Dal 2007 al 2019 ha fatto parte del comitato di selezione del Torino Film Festival. Dal 2020 al 2021 è stato curatore della sezione Le stanze di Rol del Torino Film Festival. Insegna Scrittura critica per i media contemporanei all’Università di Pavia.

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