L’attesa del maggio, di Simone Massi

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Sono mani sporche di colore che scavano la terra, che accarezzano le colline morbide delle campagne marchigiane, mani dure e insieme morbide che scorrono sui volti animali e sui fogli pesanti di colore stratificato.
L’arte di Simone Massi (la cui bellissima sigla accompagna da ormai tre anni il Festival di Venezia) nasce da qui, dal fango e dalle pietre, dai solchi e dai volti delle persone amate che egli cerca con enorme umiltà di far parlare attraverso i suoi lavori. C’è una sottile differenza tra “animazione resistente” e “animata resistenza”, benché entrambe le formule si addicano al regista-animatore (che mette l’anima). L’opera di Massi, nonostante le centinaia di premi vinti in festival di tutto il mondo, rimane sconosciuta ai più, ma da più di dieci anni egli continua il suo meraviglioso lavoro, rimanendo uno dei pochissimi a realizzare ancora animazione interamente artigianale. È proprio dal lavoro manuale che Massi proviene, replicato nella sua tecnica di disegno: non un comporre le figure dal bianco, ma uno scavare nel colore nero per far emergere il candore del bianco sottostante.
Un dissotterrare le immagini che richiama tanto i solchi nel terreno che le rughe e i tagli sulle mani e le fronti delle persone a lui vicine, persone che ebbero il coraggio di resistere alla guerra e al fascismo, patendo il freddo, la fame e il dolore.
Per tutta la sua carriera, Massi ha raccontato piccolissime storie, minuscoli frammenti di vita contadina ormai dimenticata. Nei suoi disegni si riflette un altro mondo, un altro modo di vivere e di combattere. Anche in quest’ultimo lavoro, L’attesa del maggio, assistiamo a una realtà liquida, dove forme e direzioni convivono in un fluire continuo, dove una persona può essere un’ombra, una porta e un muso di bestia. Questa profondità di visione vertiginosa, che scava ancora più a fondo della vanga, lega l’uomo ai suoi strumenti di lavoro, alla terra che lavora e agli animali che abbraccia, in un gorgo scuro dove solo il colore rosso emerge e contrasta il buio. Il rumore della campagna, l’eterno urlo dei cani e il canto dei passeri, il vociare indistinto e i tuoni che scandiscono il tempo, sono il tappeto sonoro che plasma le immagini e le impasta in un’unica esperienza.
Quella di Simone Massi è una sensibilità rara, i suoi sono occhi morbidi d’animale, abbastanza grandi e scuri per usarli da specchio, ma che conservano in loro una scintilla (rossa, non bianca) in grado di rischiarare il buio – dalla nube (di pastello) alla resistenza.

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TORNARE A CASA

«Nell’inverno 2012 mi venne in mente una storia: un soldato diserta e, passando per campi e boschi, torna a casa. Qualche settimana dopo le fruttivendole (che, ci tengo a dirlo, non sanno niente del mio mestiere) mi raccontano del nonno che l’8 settembre lasciò il fucile in un tronco d’albero in Liguria, prese il treno e si nascose sotto la gonna di una donna per non farsi vedere dai tedeschi, poi fece da Bologna a casa a piedi, passando per campi e boschi. Ancora adesso, a novant’anni, Nazzareno Bracci sogna di andare a riprendere quel fucile nel tronco cavo di un albero in Liguria.
Trasecolai, la sera stessa chiamai Stefano Sasso e insieme ci organizzammo per andare a casa delle fruttivendole a registrare il racconto dell’anziano ortolano ex disertore. Subito dopo cominciai a lavorare all’animazione ma purtroppo non riuscii a incastrare le sequenze come mi erano state raccontate e piano piano la storia e il film cambiarono. Il protagonista diventai io, gettando la sciarpa e la maschera, dopo che nei film precedenti avevo ritratto me stesso in forma di ragazzo scompigliato e lunare. Dell’idea iniziale rimanevano il viaggio e il ritorno a casa, ed è comunque il viaggio di un disertore che attraversa le Marche del Novecento. È venuto giù facile facile, come vuotare una bottiglia d’acqua per terra. E allora, dato che era troppo facile, dall’esterno e dall’intorno ho avuto ogni sorta di problema e di difficoltà. Non ho nemmeno voglia di elencarle perché sono talmente tante che al solo ricordarle sento delle mani che si poggiano sulle spalle e mi spingono giù. Ad ogni modo ce l’ho fatta e mi pare che questo film nuovo sia la somma dei film precedenti e insieme la summa della mia “carriera”: una sgangherata barchetta nel mare in burrasca che a dispetto di ogni logica e di ogni scommessa resiste e, miracolosamente, trova sempre un approdo di fortuna».

(Simone Massi, da “Nuvole e mani”)

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