Un caro saluto a Sandro Zambetti

lutto-per-la-cultura-bergamascae-morto-sandro-zambetti_88563386-ee39-11e3-817b-f049108df174_displayEnrico Zaninetti (Segretario FIC) e Gianluigi Bozza (Presidente FIC) ricordano Sandro Zambetti sulle pagine di “Diari di Cineclub”, n. 19 (luglio 2014)

Molti ne hanno ricordato la figura sia sulla stampa nazionale che su Cineforum Web mentre altre rievocazioni appariranno sulla rivista cartacea. Gli aspetti messi in luce da molti riguardavano soprattutto la sua attività di giornalista, di operatore
culturale e di critico cinematografico mentre poco si è raccontato del Sandro “politico”. Questo intervento del Presidente della FIC Gian Luigi Bozza, al quale abbiamo chiesto un ricordo, avendo condiviso per anni le problematiche della Federazione e collaborato con la rivista della quale Zambetti era qualcosa di più di un direttore, invece sottolinea efficacemente speranze ed illusioni politiche di una persona che aveva condensato, proprio come un padre nobile, i sogni ed i valori di una generazione e di una stagione culturale. Una riflessione utile anche oggi, di fronte ai cambiamenti continui del nostro mondo che forse non è quanto vorremmo né quanto avevamo sperato ma col quale dobbiamo fare i conti.

Enrico Zaninetti – Segretario FIC

 

 

Per chi, come noi, incominciò ad amare il cinema da adolescente, frequentando il cineforum studentesco della propria città, la figura di Sandro Zambetti è memoria importante di una stagione “storica” entusiasmante, ricca di emozioni e di utopie, segnata dalla doppia identificazione nella fede religiosa e nella politica come espressione diretta di una speranza di cambiamento personale e sociale che il Concilio Vaticano II stava alimentando attraversando coscienze e comunità. La Federazione è figlia di questa stagione e di come l’hanno vissuta quei cattolici (“di sinistra”, come venivano considerati e si autodefinivano) che aderivano o, si riconoscevano nelle correnti della Democrazia Cristiana definite Forze Nuove e Base. I circoli svolgevano la loro attività, in grandissima parte, nelle sale parrocchiali ma con parziale autonomia rispetto al parroco e all’autorità religiosa che vigilava imponendo alcuni vincoli piuttosto stringenti (soprattutto riguardo il tipo di film programmati, con mugugni talvolta non solo sussurrati, riguardo chi li presentava e dirigeva il dibattito, secondo uno dei canoni portanti dell’esperienza cineforistica fin dentro la seconda metà degli anni Settanta). I dirigenti nazionali erano in molti casi esponenti nazionali o locali della Democrazia Cristiana (il presidente Vincenzo Gagliardi era deputato, il segretario Camillo Bassotto un dirigente del partito a Venezia). Zambetti fuori da Bergamo per i cineforisti era conosciuto certamente come critico della rivista Cineforum, ma divenne un riferimento con l’uscita nel 1967 del settimanale “Settegiorni” diretto da Ruggero Orfei finanziato dalla corrente di Forze Nuove guidata da Carlo Donat Cattin. Sandro Zambetti, Giovanbattista Cavallaro (che sarebbe poi divenuto anche direttore di Cineforum), Italo Moscati (che con Cineforum collaborò per qualche anno) scrivevano di cinema e di televisione con uno sguardo nuovo e con un’attenzione fino ad allora impensabile nel cogliere quanto il cambiamento, che molti sollecitavano e desideravano, venisse espresso attraverso i media che riuscivano ad esprimerne le condizioni e a cogliere iniziali processi che le letture dominanti rifiutavano anche per cercare di esorcizzarlo. Era il decennio delle “nuove ondate” in tutte le cinematografie mondiali (di linguaggi, strutture narrative, modi di produrre, ma anche di temi trattati e di tutte le libertà creative e di lettura della realtà e dell’immaginario), ma anche di un’idea della televisione come strumento di maggiore conoscenza collettiva universale (Rossellini e non solo) e co- me occasione di sperimentazione (il Peter Watkins di “La battaglia di Culloden”, la Cavani di “Francesco d’Assisi”, il Bertolucci di “La via del petrolio”: solo per ricordarne alcune). Ma Sandro, come indica la sua biografia, non era solo un bravo giornalista e un critico cinematografico di talento. Amava anche la politica. Non quella racchiusa nei partiti e da essi monopolizzata. La politica praticata nelle dinamiche spontanee delle comunità, insieme alle persone per le persone, guardando oltre il contingente. Per i cattolici che non si riconoscevano nella D. C. (e nelle sue scelte e pratiche politiche), e che erano stati (dall’educazione ricevuta e dalle posizioni della Chiesa) spinti a considerare con disagio ogni altra opzione partitica, l’amore per la politica e per l’impegno sociale poteva trovare espressione soprattutto in queste forme spontanee, comunitarie e sociali di agire politico. E così quando il desiderio di cambiamento emerse, anche in Italia, con imprevista energia sul finire del 1967 per caratterizzare almeno un quinquennio combinando fattori diversissimi (anche generazionali, ma certamente non solo), anche il mondo cattolico ne fu coinvolto soprattutto nel suo universo associazionistico e con esso nella Federazione nella quale, il confronto fra varie ipotesi di politica culturale si era fatto evidente come può cogliere chi rivisita i numeri della rivista del periodo. Nel 1968 in un combattuto Consiglio Federale tenuto a Gallipoli (l’unico tenuto nel Meridione) Sandro si trovò a guidare una lista che divenne vincente rispetto alla storica precedente dirigenza e poco dopo fu eletto presidente. Si aprì una fase di scontri frontali (sul Bollettino attraverso il quale si confrontavano dirigenza e circoli, ma anche sulla Rivista e sul versante organizzativo) che si risolve in un Consiglio Federale straordinario a Udine dove la nuova maggioranza fu confermata. In seguito a tale risultato una parte significativa della minoranza promosse la scissione con la creazione di una nuova federazione nazionale, il CINIT (Cineforum italiano). Per molti impegnati nei circoli fu un momento entusiasmante, ma per altri fu un’esperienza dolorosissima anche sul piano personale che li condusse gradatamente a lasciare l’impegno nell’associazionismo cinematografico. Per qualche verso una vicenda simile conobbero in quel periodo le ACLI. Sandro è stato presidente della F.I.C. per dieci anni, fino al 1978. Un decennio in cui i circoli aderenti si moltiplicarono, in cui il dibattito legato ai film assumeva una valenza prevalentemente politica (contavano soprattutto i contenuti e spesso il singolo film diveniva una sorta di pretesto per un confronto politico), in cui si aprirono spazi a cinematografie fuori dal mercato (da quelle latino-americane a quelle asiatiche, ma anche le produzioni di impegno e “di lotta”) e in cui molti animatori dei circoli cercarono di coniugare azione culturale con impegno nelle nuove molteplici formazioni politiche che sorsero, vissero e consumarono la loro vicenda nell’arco di quegli anni. Un’esperienza che Sandro ha pienamente vissuto, compresi i frammentari tentativi dei molti che cercarono di dare un futuro alle prospettive di un movimento che si stava disperdendo. La interpretò in armonia con la sua vocazione, promuovendo la nascita del Bergamo Film Meeting per fare conoscere nuove cinematografie, ma anche collaborando al Festival del Cinema Nuovo di Pesaro, evento fondamentale di quegli anni perché occasione di incontro e di confronto intergenerazionale e internazionale a cui molti animatori e soci dei cineforum si davano appuntamento. Nel 1970 Sandro divenne direttore di Cineforum e l’utopia che il cinema potesse essere uno strumento di azione politica, per conoscere la realtà e per trasformarla, trovò nella rivista uno spazio privilegiato che attrasse molteplici voci. Non solo il cinema dei cineasti, ma anche quello che con le nuove tecnologie, più duttili e non più prigioniere del modello produttivo industriale o statale, poteva progressivamente dare a ognuno la possibilità-libertà di esprimersi, di comunicare la propria visione del mondo, di costruire realtà nuove; una profetica prefigurazione che si è materializzata in un contesto e con esiti distanti dal suo sogno. In alcuni suoi editoriali (come, ad esempio, quello del n. 183 “ Un voto per il cambiamento, un impegno che continua”) ha esplicitato come il legame fra lavoro culturale e politica fosse per lui stato allora inscindibile. Al contempo era ma- estro e promotore dell’interesse di decine di giovani di più di una generazione che si sono dedicati alla critica cinematografica e di cui, di fatto, ha promosso le carriere; sempre distante dal mondo accademico, dalle istituzioni e dal sistema della grande stampa. Atteggiamento che mantenne per quasi tre decenni (lasciò la direzione della rivista nel 2009 con qualche ovvia stanchezza). Lo confermano gli innumerevoli riconoscimenti che hanno accompagnato il suo commiato. Il suo comportamento più da fratello maggiore che da padre, il suo atteggiamento rispettoso della libertà di ognuno, la sua capacità di accettare come un valore la diversità dei punti vista (anche quando mostravano indizi di fastidiosi regressivi narcisismi) è cresciuto quanto più si sono rivelate fragili, impraticabili le speranze e gli spazi dell’innovazione politica. E’ probabilmente di fronte a questa ormai collaudata consapevolezza che le utopie, sulle quali si era contato, si erano dissolte che, con una scelta improvvisa, nel 1978 lasciò la presidenza della FIC affidandola alla generazione che si era formata sotto la sua guida. Il suo successore Bruno Fornara, con lucidità, sulla rivista analizzò le mutazioni avvenute dopo il ’68 nell’esperienza dell’associazionismo cinematografico e con un razionale disincanto cercò di interpretare quale percorso fosse possibile percorrere senza tradire il passato recente della Federazione. Sandro fratello maggiore, a tratti maestro autentico da ammirare e anche criticare, guida di un viaggio che chi ha compiuto rammenta nel fascino vitale e convinto delle mete condivise, compagno di un’avventura personale e comune che prosegue anche grazie al patrimonio di una memoria e di un’aspirazione di futuro che sono state e sono ancora comuni.

Gianluigi Bozza – Presidente FIC

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